L’arte ti racconta: artiterapie

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Arteterapia è il percorso attraverso il quale si può accedere all’immaginario e ai pensieri di una persona attraverso arti figurative e non: musica, pittura, scultura, disegno, danza, recitazione, narrazione, fotografia.

L’arteterapeuta è una figura professionale coinvolta in programmi di prevenzione e cura. Contribuisce alla diagnosi e al trattamento del disagio psicologico e sociale. Gli interventi possono avere finalità preventive, riabilitative, terapeutiche o psicoterapeutiche e sono rivolti a differenti utenze: minori, anziani, disabili, malati, adulti con dipendenze, persone con problemi di personalità, di ansia di depressione. Il prodotto artistico è il mediatore principale tra il paziente, il suo mondo interno e il terapeuta che lo aiuterà ad elaborare in questo modo pensieri e sentimenti consci ed inconsci. Egli inoltre ha il compito di  accompagnare l’utente nella scoperta del “fare” artistico e nel sostenere con la verbalizzazione la consapevolezza di quanto espresso nella forma artistica. L’attenzione non è rivolta all’interpretazione psicologica delle opere; lo scopo principale è rendere riconoscibili desideri, traumi, aspirazioni, inquietudini e problemi. L’arteterapia è quindi un mezzo di comunicazione immediato carico di forti spinte emotive, inconsce, catartiche.

Ed è proprio nella catarsi che va ricercata la sua origine: nella religione greca, in tempi ormai lontani, era considerata come rito di purificazione; il pitagorismo la intese tra l’altro come pratica ascetica per la liberazione dell’anima dall’irrazionale (anche attraverso l’uso della musica); Platone la spiega come liberazione dai piaceri e dalle paure del corpo; Aristotele fu il primo ad accostarla al tema dell’arte per cui la partecipazione passionale dello spettatore rispetto alle vicende di un dramma rappresenta uno sfogo da ciò che nella sua anima corrisponde a tale pathos e dunque porta ad una forma di rasserenamento e calma interiore. A proposito della musica egli osserva che quando coloro che sono scossi da sentimenti di pietà, paura ed entusiasmo, ascoltano melodie sacre, ne vengono purificati o risanati nell’anima. Intende quindi l’arte come liberazione dalla passione. In epoca più vicina alla nostra, Freud e Bruner nel 1895 cominciano ad usare il metodo catartico in psicoanalisi per liberare le emozioni in pazienti ansiosi grazie al recupero di particolari pensieri o ricordi biografici. Nell’eccezione psicoanalitica ma anche nello psicodramma di Jacob Levi Moreno, il termine catarsi viene utilizzato sempre con il significato di scarica, sfogo, espressione, liberazione: attraverso la rappresentazione, la persona può comprendere gli aspetti più profondi della sua realtà psicologica ed esistenziale. Se ne deduce che è si sfogo e carica emozionale, ma anche possibilità di comprensione intellettuale attraverso cui elaborare il senso delle proprie esperienze di vita e recuperare le energie fino a quel momento impegnate in stati destabilizzanti. Jung nelle sue sedute chiedeva ai propri pazienti di fare disegni o creazioni con la creta sia per accedere ai contenuti dell’inconscio ed interpretarli sia come mezzi che i pazienti stessi potevano utilizzare per elaborare i propri stati mentali.

Scopo dell’Arteterapia, nel senso più moderno, è avvicinarsi all’esperienza interiore che questo prodotto veicola. Le persone possono raccontarsi attraverso immagini, creazioni, musica, colori o attraverso il proprio corpo e mimica nel caso della danza o recitazione cinematografica e teatrale.

È chiaro che più facilmente si riuscirà a raggiungere l’obiettivo qualora l’utente usi la forma d’arte più consona alla propria indole. Molte volte riusciamo ad esprimere i nostri sentimenti usando le parole di una canzone o  semplicemente sentirci sereni o più consapevoli dopo aver ascoltato il nostro brano preferito. Quella che abbiamo visto essere la catarsi, è molto più evidente e diretta nel caso di attori, cinematografici o teatrali, e nel caso di musicisti: basti solamente pensare per esempio a performance di assoli completamente sorprendenti e all’evidente e totale coinvolgimento dell’artista stesso.

Nell’ultimo anno è sbarcata in Italia dall’America la tecnica del rilassamento tramite album per adulti da colorare, possibilmente con una musica in sottofondo: ognuno può scegliere i colori che vuole tanto che facendo eseguire lo stesso disegno a più persone non sarà mai uguale all’altro a riprova del fatto che abbiamo dentro di noi spinte pulsionali, istinti e sentimenti diversi. Ogni persona è un mondo a parte e va rispettata. Chi crea arte parla sicuramente di se. La fotografia al pari delle altre arti figurative si esprime per immagini e veicola emozioni e sensazioni, il modo di guardare il mondo da dentro e rappresentarlo visivamente. Esprime senza raccontare, e il racconto può essere un ostacolo, una forzatura, basti pensare alle persone timide che con difficoltà riescono a parlare di se.

Quello dell’arteterapia è un nuovo approccio nel campo della psicologia incentrato all’apertura del proprio mondo interiore attraverso l’ arte, esprimendo passioni, emozioni, liberando ansie piuttosto che al classico racconto del problema fatto in seduta.

Le immagini che vedete proposte nell’articolo sono l’esempio di disegni colorati da me. Eseguiti con la mia musica preferita in sottofondo. Non mi soffermerò qui nell’interpretazione dei colori usati e del risultato scaturito ma posso garantire che è tra le tecniche di rilassamento più efficaci che io abbia provato.

Provate anche voi se sentite il bisogno di scaricare ansie e tensioni.

Antonella Bove

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Caro Ministro …

Rispondo, con la mia personale opinione, al comunicato apparso sul sito del Miur in relazione agli attentati di Parigi

14 novembre 2015

Attacchi di Parigi, lunedì momento di riflessione

I gravissimi fatti di Parigi rappresentano un attacco al cuore dell’Europa senza precedenti. Un attacco al quale dobbiamo subito dare una riposta, innanzitutto educativa e culturale. ¿#PorteOuverte, Porta Aperta, è stata la parola d’ordine lanciata sui social network dai cittadini di Parigi subito dopo gli attacchi terroristici, per offrire un riparo a chi era in strada terrorizzato. Una reazione di grande civiltà e coraggio.

Porta Aperta deve essere anche la nostra risposta. Non possiamo restare indifferenti, paralizzati e chiuderci nelle nostre paure. Per questo, invito le scuole, le università, le istituzioni dell’Alta formazione artistica e musicale a dedicare, nella giornata di lunedì, un minuto di silenzio alle vittime della strage parigina e almeno un’ora alla riflessione sui fatti accaduti. Porte Aperte significa anche coinvolgere la cittadinanza, le famiglie.

Le nostre scuole, le nostre università, i nostri centri di ricerca sono il primo luogo dove l’orrore può essere sconfitto, a diversi livelli di consapevolezza, che resta l’antidoto più efficace di fronte alla violenza e a questa guerra senza frontiere e senza eserciti. I nostri ragazzi hanno il diritto di sapere, di conoscere la storia, di capire da dove nasce ciò che stiamo vivendo in queste ore. Il nostro patrimonio di valori può essere difeso solo se le nuove generazioni sono aiutate ad uscire dall’indifferenza. Non possiamo cambiare ‘canale’ davanti a queste immagini di morte. Dobbiamo parlarne con i nostri studenti e aiutarli a capire che c’è e ci potrà sempre essere un principio di ricostruzione della nostra identità in cui credere e riconoscersi. E dobbiamo aiutarli a rifiutare, oggi più che mai, qualsiasi tentazione xenofoba o razzista. È già successo tante volte nella storia, siamo figli e nipoti di persone che hanno dato la vita per affermarlo. L’educazione è il primo spazio in cui riaffermare i nostri valori, le nostre radici, quindi la nostra libertà. Grazie ragazzi, grazie insegnanti, professori e ricercatori per il vostro impegno e per la vostra testimonianza.

Firmato
Stefania Giannini

16/11/2015

Carissima Dott.ssa Stefania Giannini

Io sono con lei molto d’accordo. Peccato che in Italia nelle scuole elementari esiste una materia che si chiama religione ed una che si chiama alternativa, alternativa non alla religione ma come lei ben sa al Cristianesimo. Mi chiedo, non è religione la loro? Non è religione unica, come lo è la storia, la geografia, la letteratura e la matematica? Ogni cultura ha il suo diritto di esistere; sarebbe molto bello dire coesistere. Accade in un paese “civile” che i bambini musulmani vengano separati dai cristiani e portati in un’altra aula, a non fare nulla! E si insegna non di certo l’uguaglianza, l’amore, la pace, e come potremmo conquistarla in un sistema così retrogrado. Forse siamo troppo vigliacchi per maturare il bisogno di pace. Perdoni la mia personale opinione: sarebbe molto bello se dai muri scendessero le croci e ogni bambino potesse raccontare il proprio sacrosanto Dio. Più istruttivo, un atto di alta cultura. Ma in Italia non si ha ancora il coraggio di integrare le differenze, non è affatto un paese moderno, ristagna nelle proprie credenze non guardando altrove. La guerra comincia anche così, dicendo ad un bambino “esci dall’aula perché credi in un altro Dio, che non è il mio”. E i governi, di cui lei fa parte, non avranno rispetto e sufficiente amore per il proprio paese finche continueranno a finanziare armi e distruzione, guerre e potere. Il terrorismo ha radici ben radicate nell’odio che gli stessi paesi così detti civili hanno generato. Può esistere pace in un mondo così? Io dal canto mio posso insegnare ai bambini tutte le alternative che vuole, ma lei, può cambiare l’insegnamento in: Religioni?

Combattiamo l’ignoranza, lo faccia ognuno di noi nel suo piccolo. Piangiamo tutti gli innocenti di qualsiasi nazionalità siano, perchè è giusto… non si può morire così, è disumano. Un dolore confuso di rabbia e paura.

Oggi la stessa Francia ha risposto bombardando Raqqua, in Siria: siamo in guerra, sicuramente è il momento di riflettere un attimo, e sicuramente non è il momento di restare in silenzio. Io per almeno un minuto vorrei gridare.

Firmato

Antonella Bove

Musicoterapia e sue applicazioni

musicaLa Musicoterapia è una risorsa terapeutica, ancora poco conosciuta, che va ad integrare sia la prevenzione nel campo della salute mentale, della socializzazione, dell’espressività e dell’emotività,  sia il trattamento e la riabilitazione di diverse forme di disabilità. E’ una tecnica che utilizza la musica e i suoi elementi (ritmo, suono, melodia, armonia) come strumenti per aprire dei canali di comunicazione verbali e non verbali. Le onde sonore possono produrre emozioni o stati d’animo e ognuno di questi movimenti emozionali va visto, ascoltato e osservato, riconoscendo ciò che i pazienti vogliono esprimere. La musica è un ponte comunicativo che può riuscire laddove il linguaggio comune è insufficiente. Chi non riesce ad esprimersi parlando può farlo attraverso la musica e il terapeuta ha il compito di captare i segnali e gli stati d’animo del paziente osservando cosa succede nel momento dell’ascolto a livello non verbale (espressioni visive, movimenti delle mani e del corpo, ritmo corporeo, emotività) e verbale (sensazioni evocate, ricordi, vissuti interiori, associazioni libere). Soprattutto attraverso il suo linguaggio non verbale la musica dà alla persona malata la possibilità di esprimere le proprie emozioni e comunicare i propri stati d’animo.

La World Federation of  Music Therapy ha dato nel 1996 la seguente definizione:

“La musicoterapia è l’uso della musica e/o degli elementi musicali (suono, ritmo, melodia e armonia) da parte di un musicoterapeuta qualificato, con un utente o un gruppo, in un processo atto a facilitare e favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione, l’organizzazione e altri rilevanti obiettivi terapeutici al fine di soddisfare le necessità fisiche, emozionali, mentali, sociali e cognitive.

La musicoterapia mira a sviluppare le funzioni potenziali e/o residue dell’individuo in modo tale che questi possa meglio realizzare l’integrazione intra- e interpersonale e consequenzialmente possa migliorare la qualità della vita grazie a un processo preventivo, riabilitativo o terapeutico.”

Possiamo distinguere due tipi di musicoterapia: attiva (fare musica con il paziente) in cui l’interazione tra i due avviene tramite la produzione diretta di suoni, utilizzando la voce o strumenti musicali; recettiva (ascoltare musica con il paziente) basata sull’ascolto di brani musicali:  in questo caso è richiesto di immaginare e rielaborare le musiche proposte.

Le sedute possono essere individuali, favorendo l’aspetto terapeutico ed emotivo, o di gruppo favorendo in questo caso le relazioni, la comunicazione e gli aspetti sociali tra i soggetti in cura: può trattarsi di bambini, adulti, anziani e disabili.

In primo luogo il musicoterapeuta deve vagliare la sensibilità musicale del soggetto, quindi scegliere il tipo di musica adatto e prepararlo all’ascolto in modo opportuno. Potrà riprodurre per esempio in giochi sonori le caratteristiche comportamentali del paziente. Potrà entrare in relazione con lui attraverso i silenzi esplorando i suoni verso cui è più attratto. E’ fondamentale proporre una musica che permetta al paziente di esprimersi e di essere se stesso.

La musicoterapia può essere applicata in molteplici ambiti: gravidanza, insegnamento scolastico, riabilitazione e terapia in reparti di medicina oncologica, palliativa, geriatrica e di terapia intensiva.

Il suo utilizzo in gravidanza si pone l’obiettivo primario di facilitare la relazione madre-bambino che si sviluppa fin dal momento del concepimento; è scientificamente provato che le nostre prime esperienze percettive avvengono all’interno del sistema madre-feto: numerosi infatti sono gli stimoli vibro-sonoro-musicali che giungono al feto, in parte provenienti dal corpo materno e in parte dall’esterno.

Per quanto riguarda la riabilitazione, gli ambiti di intervento riguardano principalmente  la neurologia e la psichiatria con particolare riferimento a: autismo infantile, ritardo mentale , disabilità motorie, morbo di Alzheimer ed altre demenze , psicosi, disturbi dell’umore, disturbi del comportamento alimentare.

Tipico è il caso degli individui affetti da autismo i quali tendono a rinchiudersi in se stessi rifiutando ogni comunicazione con l’esterno. La musica in questo caso permette di entrare in contatto con loro favorendo l’inizio di un processo di apertura. L’intervento in questi casi deve essere di tipo attivo e personalizzato il più possibile mirando allo sviluppo del sé, causa l’ampio spettro delle manifestazioni che l’autismo presenta.

I bambini, soprattutto se l’intervento è precoce, sono particolarmente recettivi alle stimolazioni sonore; in particolare, nella sindrome di Down ci sono predisposizione alle relazioni affettive e grande curiosità, caratteristiche adatte per l’utilizzo della musicoterapia attiva con l’obiettivo di migliorare la conoscenza del proprio corpo e del rapporto con gli altri, lo sviluppo della percezione e dell’organizzazione temporale, lo sviluppo psicomotorio e la verbalizzazione.

E’ noto l’effetto positivo della musica sugli stati depressivi. Nella depressione la scelta dei brani musicali (MT recettiva) o le proposte ritmiche e melodiche (MT attiva) devono sempre rispettare i tempi del paziente. Il paziente con disturbo depressivo si gioverà quindi più frequentemente di musiche tristi, di armonie musicali intrise di tristezza e lamento, di ritmi lenti che condividano con lui la sofferenza interiore riducendo il suo senso di unicità nella patologia e i relativi sensi di colpa.

Quello che la musicoterapia si propone come obiettivo principale è il dare la possibilità alla persona di trovare la sua modalità espressiva individuale, attraverso la quale mettersi in rapporto con il mondo. La musica quindi si propone come mezzo per contribuire allo sviluppo della personalità, permettendo al paziente di scaricare le tensioni emotive attraverso un universo fatto di suoni ed armonie.

Antonella Bove

L’allattamento al seno nei primi mesi di vita

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Nel 1985 l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, stila in un documento ufficiale alcuni  punti riguardanti i diritti di una partoriente durante tutto il corso della gravidanza tra cui la promozione dell’allattamento al seno e al riguardo fissa 10 punti.

Ogni punto nascita e di assistenza al neonato dovrebbe:

  • Definire un protocollo scritto per la promozione dell’allattamento al seno da far conoscere a tutto il personale sanitario.
  • Addestrare il personale sanitario affinché possa mettere in pratica tale protocollo.
  • Informare le donne già durante la gravidanza sui vantaggi e sulla conduzione dell’allattamento al seno.
  • Aiutare le madri perché comincino ad allattare al seno entro mezz’ora dal parto.
  • Mostrare alle madri come allattare e come mantenere la produzione di latte anche in caso di separazione dal neonato.
  • Non somministrare ai neonati alimenti o liquidi diversi dal latte materno, salvo indicazioni mediche.
  • Praticare il rooming-in, permettere cioè alla madre e al bambino di restare insieme 24 ore su 24 durante la permanenza in ospedale.
  • Incoraggiare l’allattamento al seno a richiesta.
  • Non dare tettarelle artificiali o succhiotti durante il periodo dell’allattamento.
  • Favorire lo stabilirsi di gruppi di sostegno all’allattamento al seno ai quali le madri possano rivolgersi dopo la dimissione dall’ospedale o dalla clinica.

L’OMS raccomanda inoltre di:

  • allattare in modo esclusivo e a richiesta per i primi sei mesi di vita del bambino, dove per esclusivo si intende solo il latte della mamma, niente acqua, niente ciuccio, niente biberon, niente tisane; e a richiesta  tutte le volte e per tutto il tempo che il bambino desidera
  • iniziare l’introduzione di cibi complementari (svezzamento) dopo il sesto mese, fermo restando che il latte materno resta l’alimento principale per tutto il primo anno di vita
  • continuare l’allattamento per due anni ed oltre, o comunque fino a che madre e bambino lo vogliono

Gli esperti definiscono il latte materno specie specifico, cioè un alimento biologicamente perfetto, adatto per l’essere umano, è sempre pronto, sempre fresco, sempre caldo. Inoltre non ha mai la stessa composizione ma modifica nel tempo la sua formula per meglio adeguarsi alle necessità di crescita dei neonati. Fornisce tutti i nutrienti di cui hanno bisogno nella prima fase della loro vita (acidi grassi polinsaturi, proteine, ferro assimilabile). Contiene sostanze bioattive e immunologiche che non si trovano nei sostituti artificiali e che invece sono fondamentali sia per proteggere il bambino da eventuali infezioni batteriche e virali, sia per favorire lo sviluppo intestinale. È per questo che tutti i bambini dovrebbero essere esclusivamente allattati al seno per i primi 6 mesi di vita (26 settimane).

La produzione di latte ha inizio con l’espulsione della placenta quando crollano i livelli di estrogeno e progesterone e inizia a lavorare la prolattina. Ossitocina (responsabile della fuoriuscita del latte) e prolattina (si produce durante la poppata ed è responsabile della produzione del latte) sono gli ormoni che permettono l’allattamento e sono sempre presenti nel corpo della donna.

Per favorire l’allattamento i neonatologi consigliano di attaccare il bambino al seno subito dopo il parto. È  bene non somministrare al neonato altri liquidi che non sia latte materno: in molti casi si è soliti dare acqua e zucchero per non farli piangere. Si è visto che già nelle primissime ore di vita il piccolo è in grado di trovare da solo il seno materno e di succhiare. Nei primi giorni, in attesa che arrivi la montata lattea, il bambino succhia il colostro, un liquido denso e giallognolo, ricco di sostanze nutritive. Rispetto al latte vero e proprio, risulta molto più ricco di proteine, di sali minerali e meno carico di zucchero e di grassi.  Le proteine contenute nel colostro gli forniscono particolari anticorpi proteggendolo sia dall’aggressione di germi e virus sia dalla penetrazione di sostanze estranee che potrebbero far scatenare reazioni allergiche. Verso il terzo giorno il colostro schiarisce e diventa grasso e cremoso (latte di transizione) e serve ad abituare gradualmente il piccolo al latte definitivo che verrà di li a poco. La sua composizione si trasforma: diminuiscono le proteine mentre aumenta il contenuto degli zuccheri indispensabili per la crescita dei tessuti cerebrali. Nel giro di una decina di giorni il seno materno produce latte maturo: fluido e dal sapore piuttosto dolce. Questo offre al piccolo tutto il nutrimento di cui ha bisogno. Per la buona riuscita dell’allattamento, è importante che le mamme sappiano che più la mammella viene svuotata, maggiore sarà la produzione di latte. Più la mamma allatta, e più avrà latte.

Si è visto che le persone che sono state allattate risultano essere più in salute rispetto ai non allattati. Allo stesso modo, la durata sembra influire sullo stato di salute: una persona allattata per esempio 5 anni è costituzionalmente più sana.

Tutte le mamme hanno il latte: l’OMS indica che solo il 6% delle donne non può allattare per cause mediche e fisiche. La forma del seno e del capezzolo (fatta eccezione per rarissimi casi) non ha alcuna importanza.

È bene che la mamma non aspetti il pianto; esso è un segnale tardivo di fame: dopo aver pianto il bambino sarà più nervoso ed agitato, l’attacco al seno potrebbe essere impreciso, la poppata risulterà meno soddisfacente; nel medio termine, questo atteggiamento si traduce in una produzione di latte inadeguata alle necessità del bambino, e in una crescita insoddisfacente di quest’ultimo. La poppata dura tutto il tempo che il bambino desidera. Il numero minimo di poppate non può essere inferiore a 8 nelle 24 ore; è importante infatti che la mammella venga svuotata efficacemente e ripetutamente; non esiste un numero massimo di poppate.

Il bambino va allattato di giorno e di notte; il neonato che dorme con la mamma riesce a trovare da solo il seno e cibarsi: il sonno condiviso permetterà al piccolo di alimentarsi in modo adeguato e alla madre di riposare.

Il bambino allattato al seno in modo esclusivo e a richiesta non soffre di diarrea ne di stitichezza poiché le feci sono sempre molto soffici; dopo alcuni mesi non evacua più ad ogni poppata.

L’alimentazione della mamma durante tale periodo è assolutamente libera: si raccomanda di variare spesso i cibi, di adottare uno stile di vita sano, di bere due litri di acqua al giorno. Non esistono alimenti sconsigliati in allattamento (tranne casi di allergie), l’unica eccezione è costituita dalla salvia che sembra bloccare la lattazione in alcune donne.

Il seno non deve essere preparato ad allattare, non sono necessarie cure particolari, evitare creme, detergenti aggressivi e profumi. Inoltre non va lavato ne prima ne dopo la poppata.

Ogni donna dovrebbe essere correttamente informata in tema di allattamento nei mesi precedenti il parto e supportata durante tutto il suo percorso.

Antonella Bove

Ornitofobia: la paura degli uccelli. Un caso

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Il DSM-IV-TR, manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali,  definisce una fobia specifica come la “paura marcata e persistente, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazione specifici (per es., paura di volare, delle altezze, degli animali, di ricevere un’iniezione, di vedere il sangue, ecc.)”

Nel caso in esame, l’ornitofobia si classifica come  la paura dei volatili.

  1. decide di farsi seguire perché determinato a superare la sua fobia. Mi sono avvalsa in questo caso di alcuni principi della terapia cognitivo comportamentale che sottintende una complessa relazione tra emozioni  pensieri e comportamenti. È una terapia relativamente breve orientata alla soluzione dei problemi attuali e si articola secondo una struttura ben definita per assicurarne la massima efficacia.

Sono state utilizzate le tecniche comportamentali della desensibilizzazione sistematica per cui si insegna al paziente  a fornire gradualmente una risposta di rilassamento muscolare, una volta che il cliente abbia acquistato la capacità di rilassarsi, viene addestrato a rilassarsi profondamente mentre immagina la situazione fobica; esposizione, è una tecnica che consiste nell’esporre gradualmente il paziente allo stimolo fobico in vivo o in una forma immaginaria; modellamento o apprendimento per osservazione, richiede l’esposizione del paziente a uno o più  individui che attuino concretamente il comportamento che deve essere appreso. La modalità con cui si effettua il modellamento può essere differenziata in progressivo (dimostrazione per gradi del comportamento che deve essere appreso), dal vivo (in cui la dimostrazione avviene per mezzo di un film e fa riferimento alla qualità reale, effettiva, del comportamento dimostrato) ed infine partecipante (comprende sia la dimostrazione esibita che la partecipazione del paziente).

A, 29 anni, soffre di questa fobia da quando ne aveva 7; racconta di un episodio in cui un passero volando via sbatte accidentalmente contro il suo viso. Da allora ha fastidio nel sentire il rumore delle ali ed ha paura nel vederle battere. Riferisce di una brutta sensazione quando pensa al materiale con cui sono fatte.

La paura interessa principalmente uccelli piccoli e neri. Vede i loro occhi cattivi, si sente perseguitato, dice che gli vanno incontro quando lo vedono.

Seguendo le basi della teoria comportamentale, ho indotto una serie di stimoli in maniera graduale partendo da un semplice articolo generico riguardante il mondo degli uccelli. Ho chiesto a A. inoltre di documentarsi sull’argomento durante la settimana sostenendo che per cominciare a sconfiggere il “nemico” bisogna prima conoscerlo bene.

Ho successivamente mostrato delle immagini, chiesto di fare delle associazioni libere e raccontare ogni sensazione che queste potevano evocare. Alle foto sono seguiti i video, amatoriali o piccoli documentari: in questo caso ho prima di tutto insegnato a A. a rilassare il proprio corpo attraverso la respirazione prima della visione, tecnica questa che insegna a gestire l’ansia. Inizialmente si è trattato solo di guardare costantemente i video, per circa una settimana, dopo di che  ho chiesto di accompagnare a questi vari esercizi mentali: immedesimarsi nei video, immaginare per esempio di stare su un prato in mezzo a delle rondini e cercare di prenderle; ho chiesto di fare quest’esercizio prima ad occhi aperti mentre scorrevano le immagini e poi ad occhi chiusi col sottofondo del cinguettio degli uccelli. In entrambi i casi A. mostrava ansia nell’evocare tali stimoli e provava difficoltà nel prendere anche solo nell’immaginario gli uccelli. Ovviamente anche in questo caso avrebbe dovuto svolgere ogni giorno questo compito per l’intera settimana a venire.

La successiva ho indotto gli stessi stimoli cercando contemporaneamente il modo di ridurre l’ansia, allentando la visione diretta e continua di immagini e video e sostituendo a questi qualcosa che a A. rilassasse molto: la musica. Ascoltare la sua preferita ad occhi chiusi e allo stesso tempo immaginarsi di essere nel solito prato tra le rondini sembra aver favorito la riduzione dell’ansia, anche se ancora, nemmeno nell’immaginario riesce ad afferrare gli uccelli.

A questo punto chiedo ad A. di chiudere gli occhi e rivivere la scena primaria: il passero che lo colpisce in volto. Come prima sensazione mi dice di aver avuto paura, ma allo stesso tempo ricorda di non essere stato propriamente colpito ma appena sfiorato. Gli chiedo di rivivere la stessa scena ma con finale diverso, il passero vola libero, gli passa vicino ma non gli provoca nessuna paura. E questo sarà il compito della settimana per prepararsi meglio alla successiva.

Siamo pronti quindi per la prova pratica. Ma in questo caso ho bisogno di un esperto, che sappia rispondere ad ogni domanda tecnica che A. voglia fare circa gli uccelli e che gli dimostri, in modo pratico, come maneggiare un volatile. Contatto a questo punto l’A.C.A.U., Associazione Ciociara Allevatori Uccelli, e Francesco dell’associazione si offre di aiutarci.  Dico ad A. che dovrà solo guardare e non sarà costretto a fare nulla che non voglia fare. Dal canto suo mi chiede se possiamo svolgere la prova all’aperto perché si sente più sicuro ed io accetto. All’inizio di fronte all’uccello aveva molta paura, non voleva avvicinarsi; dopo aver parlato e risposto ad alcune curiosità, a turno io e Francesco infiliamo la mano nella gabbia e giochiamo e a questo punto, di sua spontanea volontà A. vuole provare. Si preoccupa molto per l’uccello, chiede se ha freddo, se ha paura, se lo sta infastidendo. È sicuramente un ragazzo molto rispettoso e ciò si vede anche da come tratta questo piccolo animale. Inizia infilando la mano, lo accarezza, cerca di prendere un pò di confidenza, va avanti fino a dirci che possiamo anche spostarci al chiuso. Dentro facciamo uscire il pappagallo dalla gabbia e lui vuole prenderlo in mano, cerca anche di fargli sbattere le ali. Un risultato che ha sorpreso entrambi. E a questo punto A. è entusiasta, ancora più convinto a superare la sua fobia, curioso di passare allo step successivo: andare direttamente in un allevamento e misurarsi con più uccelli insieme. Quest’ultimo è  stato un compito più difficile del precedente, ma un po’ alla volta anche in questo caso si è avvicinato alle gabbie senza prenderli tra le mani. È sembrato abituarsi col passare dei minuti anche al cinguettio e al rumore delle ali  degli uccelli. Li osservava attentamente, li studiava.  Si è stupito del fatto che non lo guardassero, cominciando in questo modo ad elaborare il non voler, da parte degli uccelli, far del male a lui.

Le sedute al momento non sono terminate, siamo al secondo mese  e A. dal canto suo continua di giorno in giorno ad esercitarsi sulle immagini mentali pronto ad affrontare allevamenti sempre più grandi.

Antonella Bove

IL PENSIERO LOGICO MATEMATICO

scoppola1_big«Risolvere problemi significa trovare una strada per uscire da una difficoltà, una strada per aggirare un ostacolo, per raggiungere uno scopo che non sia immediatamente raggiungibile. Risolvere problemi è un’impresa specifica dell’intelligenza e l’intelligenza è il dono specifico del genere umano: si può considerare il risolvere problemi come l’attività più caratteristica del genere umano» (Polya, 1983).

“La matematica è tutto nella vita. Per aprire il frigorifero ti serve la logica, ti devi alzare camminare e compiere l’azione di aprire e chiudere, devi ragionare: la matematica è logica”. E questa è semplicemente la citazione del mio insegnante.

È dunque una concatenazione di aspetti cognitivi quali pensiero, logica, intuizione, memoria, pianificazione, controllo ed azione.

Alcuni ricercatori hanno studiato la matematica in relazione ai suoi aspetti cognitivi. In generale ci sono due classi di pensiero: secondo alcuni è una dote innata, secondo altri è la conseguenza di un costante esercizio di modellamento e apprendimento delle esperienze.

Nel 1880 Francis Galton chiese a un gruppo di persone di descrivergli come pensavano ai numeri. Molti riferirono di avere rappresentazioni visivo-spaziali dei numeri a volte caratterizzate da colori specifici. In particolare non era infrequente il riferimento a una linea nella quale i numeri comparivano in un formato continuo e analogico. Questa divenne nota come mental number line o linea numerica mentale (LNM): la maggior parte degli intervistati riferisce di una linea orientata da sinistra verso destra con i numeri piccoli all’estremità sinistra, anche se alcuni riportano l’orientamento opposto o perfino verticale. Immaginando una ipotetica  linea mentale da 1 a 10 si può chiedere di indicare con un dito la posizione dell’1 e del 10: la maggior parte degli occidentali pone l’1 a sinistra e il 10 verso destra ricalcando la propria cultura e modalità di scrittura. Se si chiede a un arabo di eseguire lo stesso esercizio, per esempio, egli tenderà a visualizzare l’1 a destra e il 10 a sinistra.

Figurarsi i numeri nello spazio dando loro delle forme pare faciliti sia la memoria che le operazioni matematiche. Alcuni inventano schemi sulla tastiera per ricordare numeri di telefono. Se ad un numero associ un disegno è più facile ricordarlo.

Fra coloro che riferiscono esplicitamente l’uso di rappresentazioni visivo-spaziali dei numeri ci sono scienziati famosi, fra i quali Albert Einstein. Il grande fisico sosteneva di non usare il linguaggio nei suoi ragionamenti matematici ma immagini visive e motorie.

Come pensano quindi le persone dal punto di vista matematico? Cosa accade tra il momento in cui si è posto il problema e la sua soluzione? Al riguardo, Thorndike ha stilato il modello delle 5 componenti messe in atto durante la risoluzione di un esercizio:

  • la comprensione del testo del problema è la componente principale del processo risolutivo, senza la quale non possono realizzarsi gli stadi successivi
  • la rappresentazione delle informazioni mediante uno schema in grado di strutturarle e integrarle;
  • la categorizzazione (classificazione dello schema del problema), cioè la capacità che consente di identificare come simile due problemi che possiedono una identica struttura profonda
  • la pianificazione del proprio percorso di esecuzione della soluzione
  • il monitoraggio e autovalutazione del proprio lavoro

A livello profondamente cognitivo ci si può chiedere se la risoluzione di un problema logico possa rispecchiare in qualche modo la risoluzione di un problema quotidiano. In che modo viene affrontato? Quali risorse e quante energie vengono impiegate?

Si potrebbe presupporre una relazione esistente tra le modalità di risoluzione e i tratti di personalità: per esempio, un esercizio risolto bene in un breve tempo potrebbe sottendere una mente matematica, calcolatrice, dotata di automatismo, grande controllo e freddezza; risolto bene in un tempo lungo potrebbe sottendere tenacia, volontà, mente logica e ragionamento paziente. Un esercizio risolto in modo sbagliato, o non averci provato a priori, in tempo breve potrebbe nascondere arrendevolezza o svogliatezza; risolto completamente sbagliato in un tempo lungo mente non matematica, incapacità di ragionamento logico, impulsività, mancanza di attenzione e distrazione.

I buoni solutori possiedono un livello più alto di capacità metacognitive che permettono loro di analizzare in modo migliore la struttura del compito, di scegliere in modo flessibile le strategie più adatte e di utilizzare in modo maggiormente produttivo le risorse cognitive. Nella matematica come nella vita.

Antonella Bove

NON COMMETTERE ATTI IMPURI. IL SESSO ATTRAVERSO LA RELIGIONE

Love-story-011-285x300 In linea di massima quasi tutte le religioni demonizzano il sesso al di fuori del matrimonio, la donna è sottomessa all’uomo e lo scopo dell’atto sessuale è la procreazione. La masturbazione è un atto egoistico e impuro, provoca perdita di emozioni per chi ne abusa, è immorale e dunque una cosa sporca. Così per esempio, sia nell’islamismo che nell’ebraismo il sesso è un istinto vitale da non consumarsi al di fuori del matrimonio, considerato, insieme alla procreazione, un dovere divino. Nell’islamismo la donna deve sottostare al principio della “quiwamah” cioè al totale controllo da parte del marito che intanto può avere fino a 4 mogli. La tradizione buddista considera tutti i desideri, compreso quello sessuale, causa di dolore e ostacolo per il raggiungimento del Nirvana. Qualsiasi cosa genera desiderio è impura. Per gli indù il sesso è sacro: i genitali maschili (lingam) e femminili (yoni) vengono onorati. L’attività sessuale è consentita solo agli sposi, non solo allo scopo di procreare ma anche come espressione di amore profondo e maturo. Simile è la visione shintoista che è neutrale su tutti gli aspetti dell’etica sessuale ma rende comunque onore al lingam maschile. Quelli che più si discostano dal sesso sono i mormoni. L’apostolo Mark E. Petersen dice:  “la masturbazione è un’abitudine peccaminosa che devia lo Spirito e crea senso di colpa e stress emotivo. Separa dunque l’uomo da Dio e va contro le leggi del Vangelo. La masturbazione si può vincere e la gioia e la forza che vi darà questa vittoria renderà la vostra vita radiante e fonte di soddisfazione e appagamento.” E dà dei suggerimenti pratici per uscire dal tunnel, tra cui ne cito due molto interessanti (dall’articolo Steps In Overcoming Masturbation):

  • provare avversione attraverso pensieri negativi nel momento in cui sopraggiunge la tentazione; per esempio pensare di masturbarsi in una vasca di vermi e mangiarne alcuni
  • in casi molto gravi può essere necessario legare una mano al telaio del letto

Anche il Cristianesimo concepisce il sesso solo all’interno del matrimonio, il quale deve essere monogamico e indissolubile. Conferisce comunque pari dignità tra uomo e donna; come predica la lettera ai Corinzi “il marito compie il suo dovere verso la moglie; ugualmente la moglie verso il marito”. Un dovere. Io non sono una teologa, da cristiana non praticante e non osservante (per scelta) faccio alcune osservazioni, o meglio, quello che mi hanno insegnato sulla religione e quello che ho capito io. A 8 anni al catechismo ci insegnano tra le prime cose che cos’è il peccato originale: Dio crea l’uomo e la donna e  li crea nudi, vicino ad un albero di mele e un serpente nelle vicinanze e gli dice di non prendere la mela. Loro la colgono su consiglio del serpente e disubbidiscono. Per questo nasciamo con il peccato originale, già segnati. E comunque si presuppone abbiano copulato se da loro è nata l’umanità; ma erano marito e moglie? Poi ci insegnano i 10 comandamenti: tra di loro c’è ne è uno che dice “non commettere atti impuri”. Prima ancora di insegnarci come funziona la sessualità ci dicono che è peccato fare certe cose, ma quali cose? E questo potrebbe generare le prime confusioni nella mente di un bambino: gli stai dicendo che se amerà o se seguirà i suoi istinti commetterà peccato e dovrà confessarlo difronte a Dio. Una delle prime umiliazioni: entrare in confessione subito dopo la comunione e dire ho commesso un atto impuro senza sapere di cosa si stia in realtà parlando. Perché ci insegnano che non va bene provare quel naturale e progressivo istinto che ci accompagnerà per tutta la vita, a meno che non si è sposati.  Prima del matrimonio è peccato. Quindi quello che ho imparato è che siamo quasi tutti peccatori, per non esserlo dobbiamo essere dediti al sacrificio;  quello che ho capito è che se Dio ci ha portato un messaggio d’amore, forse in realtà abbiamo travisato qualcosa della Sua parola. Freud ha speso parole e parole circa il sesso, ci ha spiegato la ricerca del piacere, in ogni fase della nostra vita dai primi mesi all’età adulta, tramite la mammella, la liberazione degli sfinteri, la masturbazione e l’atto completo infine, e di come sia fondamentale il suo naturale progresso per non cadere in eventuali patologie. La masturbazione non è un atto impuro ma un istinto naturale, è il momento in cui si scopre per la prima volta il piacere del sesso, egoistico nel senso che si pratica da soli ma indispensabile per conoscere il proprio corpo  e le fantasie che all’atto si accompagnano, utili a capirsi meglio. La scienza stessa ha fatto molti progressi per quanto riguarda la ricerca sulle conseguenze di una costante attività sessuale, concludendo in breve che, attraverso il rilascio di alcune sostanze  nell’organismo durante l’atto quali ossitocina, endorfina, dopamina e produzione di testosterone ed estrogeni può dare molti benefici. Il Boston Medical Group ne stila una lista: fa bene al buonumore, è antistress, allunga la vita, rende giovani, migliora i legami intimi della coppia, fa dormire meglio, migliora il sistema immunitario, previene il cancro alla prostata grazie alla continua espulsione e rinnovo del liquido spermatico, è un antidolorifico e fa bene al cuore. La religione, la cultura, il modo in cui viviamo, tutto contribuisce a formare o ostacolare l’identità sessuale in qualsiasi forma si manifesti, etero o omosessuale. Nulla dovrebbe reprimere il suo sano sviluppo. E ciò che ci farà star bene è seguire la natura ed i nostri istinti nei limiti comunque di una morale comune, non facendo del male a nessuno compreso se stessi. La repressione non farà altro che alimentare sensi di colpa e in alcuni casi anche disturbi di personalità. Non deve essere ovviamente un comportamento deviato e violento ma piuttosto il modo per creare e liberare, seguendo sempre una sana condotta, energia positiva. E credo anche che se ci fosse nelle scuole una corretta e costante educazione sessuale accanto all’ora di religione, i ragazzi comincerebbero a fare sesso in maniera un po’ più responsabile. Proteggendosi, prima di tutto. Signore rendimi casto, ma non subito! (Sant’Agostino)  Antonella Bove